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Ariosto tra le opere del Duomo

Maestro dei Mesi, 1225-1230, Pietra di Verona, cm 87x35x62

Molte delle opere che Ludovico Ariosto ha avuto modo di ammirare a suo tempo a Ferrara sono oggi conservate nel Museo della Cattedrale che raccoglie la maggior parte delle rare e preziose testimonianze dei fasti della Ferrara rinascimentale ancora presenti in città.


VIA SAN ROMANO 2

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  • La città di Ludovico Ariosto

La Porta dei Mesi

Nel suo passeggiare attorno alla Cattedrale di San Giorgio, Ludovico Ariosto sarà sicuramente rimasto colpito da alcune opere al tempo ben in vista fra le navate del Duomo e che oggi sono raccolte ed esposte all’interno del Museo della Cattedrale. Come già suggerito a proposito della lunetta posizionata sul protiro della facciata, sulla quale si staglia l’effigie di San Giorgio nell’atto di uccidere il drago, anche le sculture che decoravano la Porta dei Mesi, posta sul lato della Cattedrale lungo l’attuale Piazza Trento e Trieste, rimandano all’immaginario ariostesco. Le formelle, realizzate dal Maestro del Mesi (1225-1230 ca.), sono opere dal superbo valore scultoreo che raffigurano, con estrema maturità artistica per l’epoca in cui vennero eseguite, le attività agricole riconducibili ai mesi dell’anno ed ai rispettivi segni dello zodiaco.
La Porta dei Mesi, così chiamata proprio in virtù di queste decorazioni, era chiamata anche Porta dei Pellegrini, poiché costituiva l’accesso principale, posto in corrispondenza della via San Romano, per i fedeli in cammino dalla Città Santa a Ferrara. Il ricco protiro del portone fu smantellato in occasione dell’imponente ristrutturazione della Cattedrale durante il secondo decennio del Settecento, e i diversi elementi, rovesciati, furono persino utilizzati per la nuova pavimentazione del Duomo: operazione che, per quanto esecrabile, ne ha tuttavia permesso per gran parte la conservazione fino ai giorni nostri. Le formelle superstiti sono oggi conservate all’interno del Museo della Cattedrale, dove è possibile osservarle in dettaglio, apprezzandone particolari narrativi che raccontano la vita degli uomini nelle campagne del Medioevo, quando il tempo era scandito unicamente dai cicli naturali e dalle attività nei campi. Le scene scolpite, oltre ad alludere ai segni zodiacali, raffigurano gemelli nell’atto di cogliere frutta, cucine invernali con i salami appesi alle pareti, scene di caccia, la raccolta delle rape, una capra che allatta un bambino sul fondo di un roseto invernale, e la mirabile vendemmia settembrina. Come riporta il Bertoni, molti erano gli astrologi che gravitavano alla corte estense, in particolar modo con Borso e con Ercole I d’Este. Ariosto, che pure frequentava la corte di Ercole e che doveva conoscere alcuni di questi salariati cortigiani, non nutriva però alcuna simpatia per l’astrologia. All’interno dell’Orlando Furioso, infatti, troviamo in molti passi moti di disprezzo e derisione per la materia:


Così egli, e tosto il parlar tenne,
et entrò dove il dotto Alfeo dormia,
che l’anno inanzi in corte a Carlo venne,
medico e mago e pien d’astrologia:
ma poco a questa volta gli sovvenne;
anzi gli disse in tutto la bugia.
(O. F. XVIII, 174)

Corali e Antifonari: le decorazioni

Anche le decorazioni dipinte all’interno dei Corali e degli Antifonari del Duomo partecipano a quel patrimonio artistico che facilmente poteva stimolare l’immaginazione ariostesca. Si tratta di un corredo liturgico musicale pervenuto ai giorni nostri in maniera quasi completa, e composto da circa 24 libri Corali, detti Atlantici (per le notevoli dimensioni del volume), composti da Antifonari e Graduali, realizzati tra il 1437 e il 1535 su commissione del Capitolo della Cattedrale e del Vescovo Bartolomeo della Rovere. Per la loro realizzazione, si erano recati a Ferrara i migliori miniatori dell’epoca, come Guglielmo Giraldi, Martino da Modena e Jacopo Filippo Medici, detto l’Argenta, questo ultimo già artefice, insieme a Taddeo Crivelli, delle miniature per la superba Bibbia di Borso d’Este.
Da questi codici miniati, Ariosto poté certo assimilare, rimanendo all’interno delle mura della sua Ferrara, lo spirito fecondo e innovativo di un linguaggio maturato in epoca Rinascimentale fra la Toscana e la laguna, composto di suggestioni provenienti dalla pittura di luce di Piero della Francesca, dal rigore prospettico di Leon Battista Alberti e dai cromatismi belliniani, ai quali si aggiunse lo spirito eccentrico e originale dei rappresentanti della pittura locale come Cosmè Tura ed Ercole de’ Roberti.

Le monumentali ante d'organo

Il capolavoro del Museo è rappresentato dalle monumentali ante d’organo raffiguranti San Giorgio e il drago e l’Annunciazione di Cosmè Tura, fra le vette più alte raggiunte dall’arte italiana del Quattrocento e realizzato dal caposcuola di quel vivace nucleo di artisti raccolti da Roberto Longhi nel gruppo ’“Officina ferrarese”. Come il San Giorgio scolpito sul protiro della Cattedrale, anche il santo dipinto da Cosmè Tura per l’organo rinascimentale della stessa chiesa evoca le scene dell’Orlando furioso. Quest’opera eccezionale risale al 1469, quando al pittore vengono pagate le quattro tele che in origine erano poste sugli sportelli dell’organo della cattedrale, realizzato dal maestro Giovanni da Mercatello.
I maestosi dipinti sono esposti dal 2000 all’interno della Chiesa di San Romano, attuale sede del Museo della Cattedrale, collocati secondo un assetto espositivo che evoca quello originario. L’opera si compone di due scene, un’Annunciazione visibile sulle ante aperte, e un San Giorgio che uccide il drago al cospetto della principessa raffigurato sulle ante chiuse. Quest’ultima scena, oltre a commemorare il Santo protettore della città, si presta ad una lettura strettamente legata al contesto storico dell’epoca. Infatti, nel racconto della Legenda Aurea, secondo cui il drago sconfitto dal Santo Cavaliere uccideva gli abitanti della città di Selem con il suo alito malefico, si evocherebbe l’opera di bonifica delle terre paludose e insalubri del territorio ferrarese promossa dal duca Borso I d’Este. Anche in quest’opera, è immediato il collegamento con la scena ariostesca di Orlando che libera Olimpia uccidendo il mostro marino che infestava l’isola di Ebuda. Era noto, infatti, il desiderio e la cura di Ariosto nell’evitare che la corte si annoiasse durante la narrazione delle vicende del racconto. E risultava efficace, in tal senso, il ricorso a episodi tratti dalla mitologia greca, che evocavano anche le scene della letteratura agiografica di Ferrara, dove il pubblico poteva più facilmente riconoscere elementi legati alla propria tradizione.

“Ciò che egli temette sopra tutto per la sua opera, che essa ingenerasse la noia […] e nell’orditura stessa della grande tela, nella partizione stessa della materia, egli fu guidato dall’intento di dilettare. E riguardò, per così dire, la propria opera come riguarderebbero un pittore o uno scultore un loro quadro e una loro statua” (Bertoni 1919, p. 74).

Gli arazzi

Della collezione museale fanno parte anche i grandiosi arazzi con le Storie dei Santi Giorgio e Maurelio tessuti tra il 1550 ed il 1553 dall’artista fiammingo Johannes Karcher su disegni di Benvenuto Tisi da Garofalo e Camillo Filippi per le scene principali, e di Luca di Fiandra (o Luca Fiammingo) per i medaglioni delle bordure. Realizzati durante il ducato di Ercole II d’Este, questi arazzi avevano lo scopo di decorare la navata della Cattedrale durante le celebrazioni dei due santi patroni della città, ma venivano anche portati spesso in processione per le vie della città, per mostrare ai fedeli i momenti più suggestivi e coinvolgenti del martirio dei due santi.

Le decorazioni che arricchiscono le bordure raffigurano festoni di frutta, putti alati, animali simbolici, misteriose presenze umano-vegetali e fantastiche chimere, un immaginario favoloso che ricorda quello dell’Orlando Furioso, al quale forse questi attinsero.

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Ente Responsabile

  • Assessorato alla Cultura e al Turismo, Comune di Ferrara

Autore

  • Stefania De Vincentis