Scheda: Luogo - Tipo: Edifici monumentali

Certosa

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Cimitero monumentale situato all’interno della cinta muraria di Ferrara, con ingresso principale alla fine di via Borso. Comprendente la chiesa di San Cristoforo, il complesso è il principale cimitero cittadino.

 


VIA BORSO 1 A

Realizzazione: 1452 - 1461

Trasformazione: 1813
Da monastero a cimitero comunale

Denominazione e cenni storici

Ampio complesso originariamente fondato come monastero dai certosini, per volontà di Borso d’Este, realizzato secondo il disegno di Brasavola tra il 1452 e il 1461. Secondo la tradizione certosina, a quel tempo la collocazione risultava isolata ed esterna alle mura cittadine, che allora non superavano l’asse della Giovecca. Le soppressioni napoleoniche imposero l’allontanamento dei monaci e il cambiamento di destinazione d’uso degli stabili, adibiti a caserma militare. Nel 1813 fu Ferdinando Canonici a progettarne la trasformazione da monastero, ormai abbandonato, in Cimitero comunale, producendo un equilibrio armonico tra il complesso quattrocentesco della fondazione, la chiesa di San Cristoforo e gli ampi spazi, attraverso i grandi portici curvi, in marmo e cotto, che si dipartono ai lati della chiesa, al limitare dell’area verde che accoglie il visitatore, e attraverso i nuovi chiostri.

Oggi complessivamente la Certosa occupa oltre dodici ettari di terreno e, come segnalato anche da Carlo Bassi, il suo cimitero comprende un ampio repertorio della statuaria italiana tra Neoclassicismo e Novecento e accoglie le spoglie di personalità importanti.

Il terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012 ha danneggiato seriamente la chiesa di San Cristoforo, dichiarata inagibile, come pure molte aree monumentali, che sono state interdette ai visitatori. Sono stati avviati i lavori di recupero, in attesa di ultimazione.

 

Nella letteratura

Un alto ritratto letterario di questo luogo spicca tra le pagine di uno dei racconti delle Cinque storie ferraresi: Gli ultimi giorni di Clelia Trotti. È lì che lo sguardo e la penna dello scrittore indugiano più che in altre opere negli spazi della Certosa, in una digressione descrittiva capace di restituirne l’atmosfera intima e sospesa.

 

Testimonianze

«Già il modo come si arriva a questo luogo fa sentire la poeticità del contesto: remoto, ma a pochi passi dalla vita e dal traffico, psicologicamente vissuto come extra muros ma delimitato dalla mura urbane, nella campagna coltivata, al limite del tessuto costruito della Addizione di Ercole

(C. Bassi, Perché Ferrara è bella. Guida alla comprensione della città, Gabriele Corbo Editore, Ferrara1994, p. 139)

 

«Le disposizioni napoleoniche prevedevano che per ragioni di igiene le sepolture avvenissero entro luoghi recintati “esterni” alla città. Ferrara aveva un quadrante intero dell’Addizione di Ercole che era ancora allo stato di campagna anche se l’area (che è tuttora a orti e frutteti) era circondata dalle mura rinascimentali della città.

Queste condizioni hanno consentito che le disposizioni del governo napoleonico fossero “interpretate” e Ferrara, unica o quasi delle città italiane, si trova ad avere il suo cimitero intra moenia

(C. Bassi, Ferrara patrimonio dell'umanità. Dichiarazione dell'Unesco, 8 dicembre 1995. Guida alla storia, ai monumenti, ai percorsi con qualche ragionamento, Gabriele Corbo Editore, Ferrara 1996, p. 51)

 

«A definirlo consolante, il vasto complesso architettonico del Camposanto Comunale di Ferrara, così come si presenta alla vista di chi riesce dall’angusta via Borso nell’immensa piazza della Certosa, c’è rischio, naturalmente, di farsi ridere in faccia. Da nessuna parte, in Italia, e tanto meno in Emilia, la morte ha mai goduto di buona stampa… Eppure, al termine di via Borso – un semplice budello di transito lungo sì e no cento metri, oppresso d’ambo i lati dal fogliame traboccante di due grandi parchi gentilizi, e con le botteghe dei marmisti e dei fiorai raccolti tutte all’inizio ed al termine –, la veduta improvvisa del camposanto dà sempre un’impressione lieta, quasi di festa.

Per avere un’idea di che cosa è piazza della Certosa, si pensi ad un prato aperto, pressoché, vuoto, sparso a distanza di rari monumenti funebri di acattolici illustri del secolo scorso: una specie di piazza d’armi, insomma. A destra, la scabra facciata incompiuta della chiesa di San Cristoforo, nonché, flettendosi in ampio semicerchio fin sotto le mura urbane, un rosso porticato del primo Cinquecento, contro il quale, certi pomeriggi, il sole batte davvero a gloria. A sinistra, soltanto basse casette di tipo contadino, soltanto muriccioli delimitanti i grandi orti di cui è abbastanza ricca, ancora adesso, questa estrema zona della città: casette e muriccioli che, a differenza di ciò che sta loro di contro, non offrono il minimo ostacolo ai lunghi raggi pomeridiani e vespertini della luce solare. Nell’ambito dello spazio compreso fra questi limiti, c’è ben poco che parli della morte. […] Sarà per tale motivo, per la dolcezza serena del luogo, ed anche, s’intende, per la sua quasi perfetta e perpetua solitudine, che piazza della Certosa è sempre stata meta di convegni di innamorati. […] È, questa, una consuetudine vecchia […]. Vigeva prima della guerra, vige oggidì, vigerà anche domani. Certo, il campanile della chiesa di San Cristoforo, mozzato a metà altezza da una granata inglese, nell’aprile del ’45, e, sorta di sanguigno troncone, rimasto tale e quale, è lì a dire che qualunque garanzia di eterno è illusoria, e che perciò anche il messaggio di speranza, che sembra esprimersi dal caldo rossore degli intatti portici contro il sole, altro non è che un inganno, un trucco, una menzogna bella e buona. […] Anche questo finirà, senza dubbio, una volta o l’altra: come tutto.

(G. Bassani, Gli ultimi giorni di Clelia Trotti, in Opere, Il romanzo di Ferrara, Mondadori 2001, p.123s.)

 

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Ente Responsabile

  • Assessorato alla Cultura e al Turismo, Comune di Ferrara

Autore

  • Barbara Pizzo