Scheda: Luogo - Tipo: Edifici

Casa Minerbi - Dal Sale

Il portone su via Giuoco del Pallone

Casa Minerbi si trova in via Gioco del Pallone, adiacente alle abitazioni della famiglia Ariosto. Sicuramente Ludovico avrà frequentato questo luogo sulle cui pareti compaiono, ancor oggi visibili, affreschi con scene e figure che di certo ispirarono l’immaginario mitico e fantastico di Ludovico Ariosto.


VIA GIUOCO DEL PALLONE 15

Costruzione: XIV Sec. (1300-1399)

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  • villa | via | teatro | porta | palazzo | nobile | mura | loggiato | famiglia | ecclesiastico | casa | abitazione

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  • La città di Ludovico Ariosto

Gli affreschi nel Furioso

Casa Minerbi del Sale confinava con la magna domus della famiglia Ariosti in via Gioco del Pallone, l’antichissima strada dove gli studenti erano soliti giocare a pallone decretandone così il nome. Gli affreschi conservati nella palazzina principale, in parte attribuiti al cosiddetto “Maestro di Casa Minerbi”, sono datati tra il 1360 ed il 1370. Sono presenti soprattutto nelle due sale principali, la Sala degli Stemmi e il Salone dei Vizi e delle Virtù, e costituiscono i brani superstiti più elevati dell’opera degli artisti ferraresi del Trecento: secondo Ragghianti l’opera “capitale, di maggior rilievo”.
Non è errato pensare che, data la prossimità delle abitazioni, l’Ariosto conoscesse questi affreschi e avesse alimentato la sua fervida fantasia ispirandosi alle scene lì dipinte. Come nota Arturo Malagù, le ancelle guerriere della maga Logistilla sembrano infatti suggerire le quattro Virtù rappresentate nelle sale del palazzo:


Giunte son quattro donne in su la spiaggia,
che subito ha mandate Logistilla:
la valorosa Andronica e la saggia
Fronesia e l’onesta Dicilla
E Sofrosina casta, che, come aggia
Quivi a far più che le altre sfavilla.
(O. F. X, 52)


Nelle quattro donne si ritrovano le figure allegoriche corrispondenti alle virtù della Fortezza, della Prudenza, della Giustizia e della Temperanza, mentre la maga Alcina trova il suo corrispettivo in uno dei Vizi, ed è raffigurata come l’Incontinenza. Continuando a percorrere le sale dell’abitazione, altre immagini ricordano i protagonisti del Furioso, come quella del cacciatore che suona il corno che rimanda, nella foga e nel ritmo, all’episodio del terribile suono del corno incantato con il quale Astolfo sconfigge la furia omicida delle donne del canto XX:


Come aiutar ne le fortune estreme
Sempre si suol, si pone il corno in bocca.
Par che la terra e tutto il mondo trieme,
quando l’orribil suon ne l’aria scocca.
Sì nel cor de la gente il timor preme,
che per disio di fuga si trabocca
giù del teatro sbigottita e smorta,
non che lasci la guardia de la porta.
(O. F. XX, 88)


e con il quale scaccia le arpie che assaltano, infestandola, la mensa di Senapo.


E così in una loggia s’apparecchia
Con altra mensa altra vivanda nuova.
Ecco le arpie che fan l’usanza vecchia:
Astolfo il corno subito ritrova.
Gli augelli, che non han chiusa l’orecchia,
udito il suon, non puon stare alla prova,
ma vanno in fuga pien di paura,
né di cibo, né di altro hanno più cura.
(O. F. XXXIII, 125)


Gli studi di Pio Rajna sulle fonti dell’Orlando furioso ritrovano nella mitologia nordica un corno dalla stessa potenza magica, un elemento che Ariosto decise di adottare per motivare al meglio la fuga delle arpie, inserendolo nella vicenda di Astolfo in Etiopia all’interno del Furioso. Tra i soggetti presenti negli affreschi del salone delle Allegorie si notano altri personaggi: di questi un uomo è colto nell’atto di correre urlando l’altro, che con una corona di penne di pollo stringe un bastone nodoso, rappresenta la Follia. Poco oltre si vede raffigurato un uomo mentre cerca di strapparsi gli abiti dal corpo a rappresentare l’allegoria dell’Ira. Sono immagini che riportano immediatamente alla follia di Orlando, reso pazzo dall’amore respinto per la bella Angelica


…e in loco capitaro,
ove videro un uomo tanto feroce,
che nudo e solo a tutto l’campo nuoce.
Menava un suo baston di legno in volta,
che era sì duro e sì grave e sì fermo,
che declinando quel, facea ogni volta
cader a terra un uomo peggio ch’infermo.
(O. F. XXXIX, 36-37)


Cosi come le vicende del Poema, anche le scene affrescate dal maestro di casa Minerbi raccontano di una vita reale, quotidiana “Respira e palpita in questo ciclo, con inconturbata serenità, la vena pittorica laica dentro la quale si parla non più al futuro ma al presente, e cultura aulica o sacrale son piegate a una temporalità sentita come valore essenziale da vivere con pienezza e senza paragone con ogni culto, magari con sfida, una vena che dopo la metà del Trecento circola in tutta l’Italia” (Ragghianti 1976, pp. 23-24).

Il corpo strutturale

L’edificio si presenta come un agglomerato di case, dalla planimetria irregolare,tra loro strettamente collegate, presenti a Ferrara dal 1205 al 1587, appartenute nel corso del Trecento alla nobile famiglia Del Sale (o Dal Sale). Molti documenti Ferraresi registrano l’attività di alcuni membri del casato occupati in ruoli di rilievo nell’amministrazione comunale, strettamente legati sia col potere ecclesiastico che con la corte estense di Niccolò III, Borso e Ercole I d’Este. Il complesso di edifici si distingue per le modifiche che i Del Sale apportarono a partire dal 1330 e per tutti gli anni in cui dimorarono nel palazzo. A caratterizzare ulteriormente l’area di chiara impronta medievale è la presenza di Palazzo Paradiso nelle immediate vicinanze. Si tratta di un’imponente costruzione fatta edificare, durante il corso del XIV secolo, e precisamente nel 1391, da Alberto V d’Este, in cui trovò la sua originaria sede l’Università con l’ingresso principale affacciato proprio sulla via Gioco del Pallone.
“Nel suo insieme, la palazzina ha una distribuzione semplicissima, con esatta corrispondenza del piano terra col primo piano, le cui murature maestre sono continue. Al piano terra dal loggiato si entra in tre ambienti, dei quali i due laterali maggiori hanno tracce di affreschi e soffitti lignei decorati del secolo XV. […] Il piano superiore si divide a sua volta in due grandi sale affrescate, e dal pianerottolo del vano intermedio si apre (cioè si apriva) la porta archiacuta ora murata di passaggio al ‘salone’ pure affrescato sui tre lati interni, che occupa tutta la larghezza dell’edificio” (Ragghianti 1971, pp. 8-9).

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Ente Responsabile

  • Assessorato alla Cultura e al Turismo, Comune di Ferrara

Autore

  • Stefania De Vincentis