Scheda: Luogo - Tipo: Edifici monumentali

Pietra detta Wor bas, Castello Estense, Torre dei Leoni

Castello Estense pietra Worbas, Torre dei Leoni, fotografia di Luca Gavagna, © archivio fotografico della Provincia di Ferrara

La lastra bianca lunga circa 170 centimetri incastonata sul lato nord della Torre dei Leoni del Castello Estense.



Lat: 44.837897 Long: 11.620304

La pietra del Wor bas nell’immaginario di Giorgio de Chirico, Alberto Savinio e Filippo de Pisis

Si conoscono poche notizie sulla provenienza di questa lastra incastonata sul lato nord della Torre dei Leoni del Castello Estense in cui sono effigiati in bassorilievo due leoni affrontati che trattengono nello spazio centrale un doppio vessillo con inciso in lettere gotiche il motto “WOR BAS”. Altresì, poco si sa del reale significato della parola. L’aura di mistero e di leggenda che da sempre ha avvolto questa lastra colpisce l’immaginario di Alberto Savinio (1891-1952) che, primo fra i metafisici, parla di Ferrara come della “città del Worbas”. Nell’articolo intitolato “Frara” città del Worbas, pubblicato il 31 ottobre 1916 sulla rivista fiorentina “La Voce” (1918-1916), l’autore guarda la città, che nella sua fantasia è dominata dalla divinità barbara ed enigmatica del Worbas, “con gli occhi dell’uomo primitivo”. Questo scritto visionario, costituisce la sezione centrale del primo capitolo di Hermaphrodito, pubblicato nel 1918 a Firenze sempre nelle edizioni de “La Voce”. È con molta probabilità in seguito alla pubblicazione di questo articolo che Giorgio de Chirico (1888-1978) e Filippo de Pisis (1896-1956) usano questo appellativo in riferimento alla città estense nelle loro epistole e in alcuni scritti.

Testimonianze: La pietra del Worbas nei testi di Alberto Savinio, Giorgio de Chirico e Filippo de Pisis

“Tutto, nella città, è pervaso dall’anima del terribile Worbas!”

Alberto Savinio, “Frara” città del Worbas, «La Voce», Firenze, 31 ottobre 1916, poi in Alberto Savinio, Hermaphrodito, Firenze, 1918.

«Verrà un giorno in cui lascerò Frara dalle case rosse; in cui non vedrò più di qua e di là dal Po / tutti i figli di Nicolò ;/ in cui non sarò più perseguitato dall’enigmatico WORBAS […]. Già, verrà pur un giorno in cui ti lascerò, Ferrara. Povera Ferrara! Quante bocche rosse da baciare! Quante mani calde da stringere! Quanti cuori fiammanti! E anch’essa fu contaminata dall’orrendo pathos. Essa, infra le più pure città italiane; malgrado l’opprimente ritornello di Ugo e Parisina»

Alberto Savinio, La realtà dorata. Arte e storia moderna – Guerra – Conseguenze, in “La Voce”, 19 febbraio 1916.

“Caro Filippone, faccio una scappata fino in casa tua; […] io farò di tutto per essere libero alle 10 e per quell’ora ti do appuntamento al Folchini, così andremo al deposito dove devo pigliare la mia roba e poi se ti senti il coraggio mi accompagnerai fino alla stazione della città del Worbas. Ti abbraccio hermafroditicamente tuo Giorgione”.

 

 

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Ente Responsabile

  • Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara
  • Fondazione Ferrara Arte

Autore

  • Giuseppe Di Natale