Scheda: Luogo - Tipo: Edifici monumentali

Castello Estense

Castello Estense. Fotografia di Cinzia Salmi. © Assessorato alla Cultura, Comune di Ferrara

Cuore pulsante della vita politica e culturale della Ferrara estense il Castello divenne, soprattutto sotto il governo di Alfonso I (1505-1534), una straordinaria fucina creativa. In questo periodo vengono interpellati per ottenere opere ed eseguire decorazioni artisti come Dosso Dossi, Raffaello, Michelangelo, Giulio Romano, Tiziano, Fra Bartolomeo, per arricchire gli appartamenti privati del duca (le stanze della cosiddetta via Coperta, tra le quali il Camerino delle pitture).



LARGO CASTELLO 1

Costruzione: 29 Settembre 1385
Il 29 di settembre del 1385 quando il Marchese Nicolò II diede il via alla costruzione di una potente fortezza affidando i lavori all’ingegnere di corte Bartolino da Novara.

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  • Ferrara Metafisica | La città di Ludovico Ariosto

L'Ariosto alla Corte Estense

La poesia di Ariosto deve la sua gloria al favore dei duchi d’Este che lo accolsero all’interno della propria Corte. A questi il Poeta riservò una gran parte all’interno del Furioso, incrociando le vicende della società estense con le avventure di eroi leggendari e di affascinanti eroine. Possiamo ritrovarli elencati in un episodio del II canto, dove la maga Melissa rivela a Bradamante che da lei discenderà la famiglia d’Este, quel seme fecondo che onorar deve Italia e tutto il mondo. Con questo espediente narrativo l’Ariosto poteva coglier l’occasione di lodare Ercole I, Alfonso I, il Cardinale Ippolito e molti altri principi d’Este, fedele alla tradizione encomiastica grazie alla quale poeti e letterati erano soliti propiziarsi la benevolenza dei signori.


Ne la progenie tua con sommi onori
Saran marchesi, duci e imperatori.
(O. F. II, 17)

Vedi in un bello ed amichevol groppo
De li principi illustri l’eccellenza:
Obizzo, Aldobrandin, Nicolò zoppo,
Alberto, d’amor pieno e di clemenza.
Io tacerò, per non tenerti troppo,
come al bel regno aggiungerai Favenza,
e con maggior fermezza Adria, che valse
da sé nomar l’indomite salse
(O. F. II, 40)


Già ingaggiato come stipendiario alla corte di Ercole I d’Este, Ariosto prese parte attiva alla vita del Castello grazie al favore del Duca Alfonso I d’Este. Il Duca si adoperò perché il Poeta, nel 1503, entrasse far parte del circolo di letterati, poeti astronomi e filosofi che si stretta attorno al cardinale Ippolito d’Este perché, nel lustro della corte del fratello, Alfonso trovava un motivo di prestigio per la sua casa. Dal 1517 Ariosto passò alle dirette dipendenze del duca Alfonso I d’Este, che in quegli anni accostava ai lavori di natura militare, legati al rinforzo delle mura difensive, quelli di ampliamento arredo degli ambienti del Castello. In tale opera si era circondato di alcuni tra più grandi artisti scultori e architetti del Cinquecento. All’interno della sua corte Ariosto conosceva artisti come Tiziano, Dosso e Battista Dossi, Girolamo da Carpi e si poteva confrontare con letterati quali il Calcagnini e il Guarino.
Le lettere di un giovane Agostino Mosti, gentiluomo di camera presso il Duca , raccontano di come all’interno di feste e banchetti organizzati da Alfonso, l’Ariosto spesso recitasse le sue commedie, in particolare la Cassaria, e che in quei contesti avesse iniziato a leggere le bozze del Furioso.

Dalla fortezza al monumento

L’avvio dei lavori per la roccaforte del castello, sorto con funzione prevalentemente difensiva, risale al 1385 su commissione del marchese Nicolò II d’Este e per opera dell’architetto Bartolino da Novara. Se già alcuni documento dell’inventario di Nicolò III attestano una ripartizione delle sale e appartamenti divisi secondo la loro funzione, solo con il duca Borso d’Este il Castello inizia ad avere una dimensione abitativa acquisendo le caratteristiche di residenza, o comunque di palazzo con funzione di rappresentanza. Dalla morte di Borso (1471), si intensificano gli interventi nell’edificio voluti dal duca Ercole I con la creazione di appartamenti per la moglie Eleonora d’Aragona, al quale si lavora, con la decorazione dell’oratorio, fino al 1491, e infine per il figlio Alfonso, l’erede del Ducato.
Fra il 1471 e il 1473 comincia anche la costruzione della “via coperta nuova”, ovvero un rifacimento in chiave monumentale del passaggio che collegava la medievale residenza degli Este al Castello. Il corridoio coperto viene dotato di un poggiolo il cui soffitto è ripartito a riquadri ed è decorato con le armi ducali e con due riquadri che rappresentano le fatiche di Ercole, eroe eponimo del duca le cui immagini appaiono anche nelle decorazioni successive. è sotto Alfonso I (1505-1534) però che la vita cortigiana si sposta dal palazzo di piazza al Castello, grazie all'allestimento di stanze di rappresentanza.

Il Castello rinasce

Gli interventi di restauro si concentrano nel primo Cinquecento, dove figurano l’appartamento per Lucrezia Borgia, seconda moglie del duca Alfonso dal 1502, vengono costruite le cucine ducali sulle fondamenta della porta del Leone e si iniziano i lavori per il giardino pensile, sotto la direzione dell'architetto ducale Biagio Rossetti. Ma soprattutto è in questo periodo che hanno inizio i lavori per gli allestimenti delle prime importanti raccolte ducali: lo Studio dei Marmi e il Camerino delle Pitture, due progetti ai quali il duca si dedica a partire dal 1505 e che sono noti come i Camerini d'alabastro. Tra i pittori di cui il duca si circondò all’interno della corte vi era in primo luogo Tiziano, cui venne affidata in gran parte la decorazione del Camerino delle Pitture, per la realizzazione di un ciclo di dipinti ispirati al mito di Bacco, i celebri Baccanali, a cui presero parte anche Dosso Dossi e Giovanni Bellini.
Di Tiziano il Cinti scrive “che dimorò a Ferrara alla corte del Duca, con sei pittori di seguito. Nell’Archivio Estense è dimostrato dai libri della Spenderia e della Canova, che in castello aveva vitto e dimora, e che oltre i tre famosi suoi Baccanali, vi eseguì due ritratti di Alfonso I, e quello di Ercole II, d’Alfonso II, di Lucrezia Borgia, di Laura Eustochio e quello infine di Ludovico Ariosto (Barbi Cinti 1871, p. 185)”.

I primi restauri

Le spese di fabbrica, Archivio di Stato di Modena, 1507 dicembre 31:

 

Spexa del Studio di preda viva che fa fare el Ducha nostro sopra la Via Coperta apreso li camarini de' dari adi dito lire trenta, soldi diexe de marchesani; per lei faciam boni a maestro Lorenzo da Caravazo muradore per lo amontare de haver fato li fondamenti in piaza sopto la Via Coperta et ingrossato li volti et fato banchete et etiam fati dui muri in dita Via Coperta che se va di Corte in Castelo, et questo per sustegnere la graveza del Studio del Signore ch'il fa far di preda viva marmora fine.
(Bentini, Di Francesco, Borella, Il Castello Estense, 2002)

Una prigione dorata

il Castello manteneva le antiche funzioni militari: prigione, deposito di polveri, fucina per armi e cannoni, laboratori artigiani, alloggi per la guarnigione. Nella Torre dei Leoni erano rinchiusi dal 1506 don Giulio e don Ferrante, fratelli del duca Alfonso I, condannati per aver attentato alla vita del duca e dell'altro fratello Ippolito, del cui episodio Ariosto si fece interprete all’interno della sua Egloga e nello stesso Furioso.
I lavori di restauro avevano reso il castello una residenza sicura per la famiglia d’Este ma non per la cittadinanza. Il fossato che circondava la fortezza non presentava alcuna forma di recitazione. Nel 1507 viene eretto il muretto di protezione del fossato in seguito alla caduta, nelle acque, della carrozza della contessa Caterina dei Sacrati. Il Castello frequentato da Ariosto era una fabbrica in continuo lavorio, dove ogni duca salito al trono procedeva con nuovi lavori e allestimenti, spesso sostituendoli a quelli realizzati dai predecessori, e procedendo con l’ampliare nuovi spazi per sé e per i propri parenti. Non passava anno, infine, senza che attorno al Castello si aprisse un nuovo cantiere edilizio.

L'edificio al tempo di de Chirico

Dopo l’annessione di Ferrara al Regno d’Italia nel 1860, il Castello divenne proprietà dello stato. A partire dal 1874 fu acquistato dall’amministrazione provinciale che vi installò i propri uffici e quelli della prefettura. Qui Antonia Bolognesi (1896-1976), la giovane ferrarese con cui de Chirico ebbe una relazione sentimentale, lavorava come impiegata. Nel corso del suo soggiorno nella città estense, Giorgio de Chirico (1888-1978) immortalò il castello in due dei suoi dipinti. Sul finire del 1915, nell’opera I progetti della fanciulla, oggi custodita al MoMA di New York, è visibile uno scorcio dell’edificio che l’artista poteva scorgere dal suo ufficio di scritturale del 27° Reggimento di fanteria; mentre, sulla parte inferiore è dipinta una scatola che reca la scritta “Ferrara A.S.S.”, unico riferimento diretto al nome della città presente nelle opere ferraresi dell’artista e che si riferisce presumibilmente a una vecchia fabbrica che produceva spole di filo per macchine da cucire.

L’intero monumento è raffigurato sullo sfondo delle Muse inquietanti (Collezione privata), realizzato nel maggio del 1918, quadro icona dell’intera produzione dechirichiana. Il dipinto rappresenta uno dei vertici assoluti nella produzione metafisica di de Chirico tanto che questi, nel corso di tutta la sua carriera, ne eseguì moltissime copie, creando attorno ad esso e alle sue successive versioni un vero e proprio “caso studio” (cfr. Carlo Ludovico Ragghianti). Molti furono gli artisti che rimasero affascinati da questo dipinto, tra cui Andy Warhol (1928-1987), che nel 1982 realizzò Disquieting muses (After de Chirico, Muse Inquietanti), dando una propria interpretazione del quadro di de Chirico e facendo entrare il castello estense nell’universo della pop art.

Testimonianze di de Chirico e Savinio

“[…]Tutta notte egli ha vegliato, guardando la piazza, e il castello rosso, e il fiume chiaro … e adesso dorme, dorme, dorme, … e non bisogna, non bisogna svegliarlo!“.

Giorgio de Chirico, Il signor Govoni dorme, 1916, Un frammento di questa poesia è stato pubblicato da Savinio in “Frara” città del Worbas su «La Voce», 31 ottobre 1916, poi in Hermaphrodito, Firenze, 1918.

 

“Penso a te [Antonia] quando mi trovo fuori nelle ore pomeridiane; penso a te che passi per via Giovecca, e poi varchi il fronte del castello; ma forse ora segui un altro itinerario”.

Lettera di de Chirico ad Antonia Bolognesi, 18 agosto 1919, in Eugenio Bolognesi, Alceste. Una storia d’amore ferrarese, Maretti Editore, Roma 2014, pp. 152-153.

 

“Su dall'orizzonte giallo di canapa, Ferrara non mi si rivela piú che nelle sue cuspidi: il campanilone erculeo e i torrioni quadri del suo castello rosso”.

Alberto Savinio, Hermaphrodito, Firenze, 1918, p.143.

 

“La tua [di Savinio] ombra vera, precisa, si delineava nelle vie asciutte della “bella Salonicco”, tu forse pensavi alle mie strade, alle stradone della città del Worbas, al castello con le quattro torri e le palline di Bongiovanni astronomo”.

Filippo de Pisis, I predestinati, 1918, in Sandro Zanotto, Filippo De Pisis ogni giorno, Neri Pozza, Vicenza 1996, p.101.

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