Scheda: Luogo - Tipo: Vie e Piazze

Piazza Ariostea

Piazza Ariostea, © archivio fotografico della Provincia di Ferrara

Realizzata nel 1499 con il nome di Piazza Nova, è votata ad essere il luogo del mercato cittadino; posta a conclusione dell'Addizione voluta da Ercole I d’Este ne esalta la munificenza proponendosi quale zona di connessione tra la città vecchia e la città nuova.


Lat: 44.83875 Long: 11.62148

Progetto: 1493 - 1494

Categorie

  • via | teatro | scrittore | riforma | pubblicazione | porta | poeta | piazza | palazzo | mura | monumento | mercato | guerra | fisico | editore | duca | cortile | castello | casa | artista | ampliamento

Tag

  • Ferrara Metafisica | La città di Ludovico Ariosto

La piazza al tempo di Ariosto

Questa piazza, dalla regolare geometria elevata all’interno di un invaso rettangolare, aveva probabilmente come originaria destinazione quella di area mercatale, snodo per i traffici commerciali. Con Ercole I divenne un luogo riservato agli spectacula rivestendo un ruolo fondamentale all’interno dell’Addizione, alla stregua di un “foro erculeo”. In questo spazio ideale, che doveva affermarsi come nuovo polo vitale nell’ambito della nuova struttura urbanistica di Ferrara, anello di congiunzione tra la città vecchia e la città nuova, il giovane Ariosto poté venire a contatto con il mondo della borghesia ferrarese. I borghesi avevano in mano i traffici commerciali della città ma avevano anche ottenuto di occupare ruoli generalmente riservati a personalità di cultura (di solito aristocratici) riuscendo ad esercitare la libera professione e a ricoprire cariche pubbliche: segretari, cancellieri ducali, riformatori dello Studio, capi degli uffici militari, funzionari, medici, notai, professori.

Il progetto originario

La piazza è parte di quel progetto di ampliamento di Ferrara voluto dal duca Ercole I d’Este noto come Addizione Erculea e del cui disegno si occupò Biagio Rossetti. Nel piano urbanistico egli inserì un’ampia area verde che prese il nome di piazza di “Terra nuova”, uno spazio che Bruno Zevi descrive come sconfinato, assimilabile ad un cortile interno ad un palazzo ideale le cui mura coincidono con i confini dell’intero corpo urbano. Gli architetti Alessandro Rossetti e Alessandro Biondo affiancarono alla piazza due imponenti edifici con lunghe logge poggianti su arcate in laterizio. Negli anni seguì la costruzione di due grandi palazzi sugli altri lati della piazza, a completarne il coronamento: quello di Carlo e Camillo Strozzi sul lato ovest e la residenza di Francesco Stancaro sul lato sud, oggi noto come Palazzo Rondinelli.
“La piazza erculea è invece sconfinata, non è una dilatazione della direttrice viaria, non si inserisce nella visione dinamica della città nemmeno come elemento ritardatore, non è composta per attrarre lo spazio verso un particolare edificio, e infatti non contiene un monumento preminente […] invero si tratta di una incommensurabile corte dell’intero organismo urbano” (Zevi 1960, pp. 172-173).

Giorgio de Chirico e "Il grande metafisico" (1917)

Negli anni della prima guerra mondiale, piazza Ariostea presentava un assetto diverso da quello attuale. L’anello centrale, che fu riabbassato nel 1933 per le corse del Palio, era ancora a livello della strada. Oltre ai marciapiedi laterali che ne disegnavano i contorni, due viali partivano dalle quattro estremità della piazza e si incrociavano al centro dove, posta all’estremità della colonna, c’era la statua di Ludovico Ariosto (1474-1533).

Giorgio de Chirico (1888-1978) rimane colpito dalla bellezza di questo luogo, tanto che nel 1917 immortala la piazza, interpretando liberamente l'ordine degli edifici, nel celebre Il grande metafisico, tela tra le più importanti del periodo ferrarese. Nel dipinto, de Chirico sostituisce la colonna e la statua del poeta con un manichino totem il cui corpo è costruito con un accumulo di pezzi di legno, parallelepipedi, stoffe, squadre e altri strumenti da misurazione precariamente imfilati, che culmina con una testa ovoidale bianca priva di tratti somatici.

Nel testo della sua famosa conferenza tenuta a Viareggio il 29 agosto 1918, con il titolo di Pittura moderna (Taddei, 1919), nel quale storicizza per la prima volta nel contesto della storia dell’arte italiana il periodo ferrarese de Chirico e Carlo Carrà (1881-1966), Filippo de Pisis (1896-1956) riporta una suggestiva descrizione del dipinto e della sua genesi.

Nel 1958, l’opera entra nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York ed in seguito viene venduto; attualmente è conservato in una collezione privata.

Il grande metafisico fu riprodotto sulla rivista “Valori Plastici” (1918-1922) edita a Roma dallo scrittore, artista, editore e mercante d’arte Mario Broglio (1891-1948). Grazie alla sua circolazione in tutta Europa, la rivista fu il principale veicolo della diffusione internazionale del linguaggio pittorico della metafisica. Grazie a questa pubblicazione, l’artista tedesco Kurt Schwitters (1887-1948), esponente di movimenti internazionali quali il dadaismo e il costruttivismo, s’ispirò proprio a questo dipinto di de Chirico quando realizzò ad Hannover la sua opera più famosa, il Merzbau (1923-1944); questa installazione, che faceva dell’accumulo e dell’accatastamento di ogni forma di detriti e materiale di scarto la propria cifra stilistica, era destinata ad essere un work in progress, ma fu distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Testimonianze

"Ieri, nel pomeriggio passando per una via che s'allunga stretta e fiancheggiata da case alte e scure vidi apparire in fondo una colonna sormontata da una statua che seppi poi essere quella dell'Ariosto. Visto così, tra quelle due pareti di pietra annerata - che parevano muri d'un santuario antico - il monumento assumeva un che di misterioso e di solenne, e il passante tampoco metafisicizzante si sarebbe aspettato di udire la voce di un nume vaticinare d'in fondo la piazza".

Giorgio de Chirico, Arte metafisica e scienze occulte, in «Ars Nova», Roma, a. III, 3, gennaio 1919, pp. 3-4.

 

«Bisognerebbe che voi vi foste fermati un giorno nell'alta quiete meriggiale di piazza Ariostea a Ferrara, dove il quadro è stato dipinto per sentire la grande suggestione che a me produce lo sfondo della tela. Il grande metafisico del de Chirico, Deserta è la piazza, il fondo, a destra, la casa rossa cubica come un castello medianico in uno scritto di Alberto Savinio; davanti, più giú, la casa giallina con il timpano e le chiare finestre verdi Paolo Veronese in fila, vuote. In fondo un uomo alto rinchiuso tutto in una toga nera, aspetta. Le ombre lunghe si delineano silenziosissime mentre l’intricato groviglio degli oggetti triangolari, lucidi geometrizzanti del centro, che s’erge come una ingente colonna, sembra ricantare assurde declinazioni, e problemi insoliti al nostro spirito. Ecco che il piano quadro della piazza del tremolio dei raggi solari, sembra agli stanchi occhi che si metta a girare lentamente «come la ruolette quando sta per fermarsi».

Filippo De Pisis, Pittura moderna: conferenza tenuta a Viareggio nel teatro del Casino la sera di giovedi 29 agosto 1918, Taddei-Neppi, Ferrara 1919.


“Il grande metafisico è l’uomo gigantesco dell’avvenire, il superuomo nietzschiano e l’uomo di ferro descritto da Savinio nella Realtà dorata, preconizzato dall’artista metafisico che si erge come un totem indiano composto dai più disparati oggetti in una piazza deserta”.

Paolo Baldacci, de Chirico 1888 – 1919. La metafisica, Leonardo Arte, Milano 1997, p. 372.

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